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In Copertina

Antonella FERRARI - Se permettete ci sono anch’io

Articolo di Laura Forno
Fotografie di Patrizia Fiandanese

Candida intervista con Lorenza di “Centovetrine”: amori e amicizie, dolori e gioie, amarezze e speranze. Ma soprattutto una gran voglia di vivere e di sognare.

Antonella sorride alla vita e, con il sorriso, combatte da dieci anni la sua battaglia contro la sclerosi multipla, la malattia che ha infranto il suo sogno più grande: quello di diventare ballerina.

Sue compagne inseparabili, due stampelle colorate, e una grinta che non la abbandona mai, nemmeno nei momenti più difficili. La malattia, in effetti, non sembra averla provata: Antonella non conosce la rassegnazione e non ama l’autocompatimento. In effetti, conoscendola, si capisce perché. È bella, intelligente, intraprendente, sensibile e soprattutto capace di mettersi in gioco, nei sentimenti e nel lavoro.

La giovane attrice di Centovetrine, Antonella Ferrari, alias Lorenza Giraldi, vive oggi un’esistenza intensa, anche nelle sue emozioni, ma assolutamente normale, come una qualsiasi donna della sua età. Le sue giornate sono scandite da ritmi piuttosto serrati: il lavoro, gli amici, la famiglia, il suo impegno come madrina dell’Aism e, quando la malattia si fa sentire, le terapie nei centri specializzati. Ma sentono ultimamente la mancanza di un grande amore, che c’è stato, è finito - non certo per colpa della malattia - e che ha lasciato il segno.

Antonella, soffri di sclerosi multipla da circa dieci anni, mi racconti quando e come l’hai scoperto?

Non sono stata bene da sempre, già quando ero ragazzina avevo dei problemi di motilità: cadevo spesso, mi si irrigidiva la gamba sinistra e mi faceva male, ma - siccome questi momenti si alternavano a momenti in cui invece stavo bene - la mia malattia, all’inizio, è stata sottovalutata. Ad un certo punto ho cominciato a cadere sempre più spesso. Nel ’93, ballando, sono caduta e mi sono rotta i legamenti della gamba, così ho dovuto smettere con la danza. In seguito ho scoperto che le mie continue cadute per terra erano già i sintomi della sclerosi multipla. Purtroppo la mia malattia è stata trascurata, mentre, se fosse stata presa in tempo, adesso si sarebbero potuti evitare peggioramenti e mi sarei potuta curare prima. In questo caso credo ci siano state delle carenze nella diagnosi e nella cura da parte del servizio sanitario.

Chi si occupa di te, se hai bisogno di assistenza?

La mia giornata tipo si svolge come quella di tutte le persone normali. Io, però, alterno giornate in cui lavoro ad altre in ospedale per le terapie perché, comunque, devo fare i conti con questa realtà che niente e nessuno mi può togliere. Ho costante bisogno di aiuto. Il mio angelo custode in tutti i sensi è la mia mamma, perché mi aiuta nelle varie gesta quotidiane, e soprattutto mi accompagna dai medici. Prima erano entrambi i genitori che mi aiutavano, ora mio padre è stato male, ha avuto un ictus e a sua volta deve essere aiutato, quindi mia madre si deve occupare di noi. Comunque non sono mai da sola: ho i miei fratelli che mi stanno vicino, Paolo, in particolar modo, che vive ancora con me, e anche gli amici che mi sostengono e mi portano in giro, perché ho bisogno di essere accompagnata.

Quali sono gli ostacoli più grossi che tu incontri quando esci di casa?

Direi i marciapiedi. Quando vado in giro con la sedia a rotelle la mia difficoltà più grande è quella di evitare gli ostacoli, quando uso le stampelle è quella di non cadere. Le scale, poi… L’altra sera sono andata a vedere uno spettacolo teatrale e se non ci fosse stato mio fratello che mi ha preso in braccio, io sarei rimasta giù, avendo avuto i biglietti in piccionaia. Se vado al cinema con un’amica devo sceglierlo senza scale, se invece ho un amico che mi accompagna e posso essere presa in braccio, non c’è problema. In genere non uso i mezzi, perché l’ascensore della metropolitana è sempre rotto e per quelli di superficie c’è il problema delle piattaforme: bisogna trovare mezzi che ne siano forniti, ma, visto che per uscire uso soltanto le stampelle, difficilmente abbassano la piattaforma. Viaggio quasi sempre in taxi. Ma è piuttosto costoso, e l’aiuto che ti dà il Comune non copre neanche quattro taxi in un mese.

La solitudine ti fa paura?

La solitudine mi spaventa molto, perché la vivo malissimo. Se sono da sola in casa, ho bisogno di sentire delle persone, di parlare con loro, non solo per la paura di stare male, ma perché ho bisogno del confronto. Cerco le persone anche per sfogarmi con qualcuno, per parlare d’amore, o dei miei problemi. Ultimamente, vivo la solitudine quasi come un abbandono.

Questo è forse causato dal fatto che c’è stato qualcuno che si è allontanato da te quando ha scoperto la tua malattia?

I primi sintomi della mia malattia risalgono al periodo dell’adolescenza - le medie ed il liceo, per intenderci - durante il quale mi sono sentita piuttosto emarginata. Ci sono stati molti ragazzini che mi hanno allontanato. Gli amici sono venuti più in là, con la crescita, e mi sono rimasti sempre vicino. In questo senso non mi sono sentita tradita, le persone che ho incontrato da adulta, mi sono rimaste accanto e, crescendo, anche le vecchie conoscenze si sono approfondite.

Come vivi e come hai vissuto le tue storie d’amore?

Sono sempre stata una persona che quando si impegna lo fa seriamente, che ha storie piuttosto lunghe: ricordo la più bella, durata cinque anni, che poi, purtroppo, è finita, più che altro per divergenze di carattere. Ho poi avuto delle delusioni, che mi hanno un po’ raffreddata ed hanno fatto sì che oggi creda poco nell’amore. Inizialmente posso sembrare una donna disinibita - anche per il mestiere e le foto che faccio -, e mi sento sicuramente una donna moderna, ma cerco ancora un rapporto all’antica. Probabilmente le persone che mi incontrano, pensano già ad un futuro apocalittico per la mia malattia, in realtà io credo che dovrebbero prendere la nostra relazione in maniera più realistica e cercare di capire le mie esigenze. I medici mi hanno soltanto consigliato di non intraprendere una gravidanza, perché questo avrebbe delle ripercussioni sulla mia salute fisica, ma non di non amare una persona! Io cerco un uomo che abbia passione per il suo lavoro, che voglia far carriera e capisca che il mio lavoro è la mia passione, è la cosa che mi tiene in vita.

A quale passione hai dovuto rinunciare a causa della tua malattia?

Di sicuro alla danza. Per me la danza non era solo un hobby. Fin da piccola dicevo: “Voglio fare la ballerina” e lo volevo fare veramente! Ho fatto molto provini, ho studiato tanto, era quello che io volevo, e mi dava gioia. Era un modo per scaricare le tensioni, la mia terapia, un modo di parlare con il mondo. Poi ho spostato l’attenzione sulla recitazione, intorno ai 23 anni, perché volevo essere una show girl completa e fare anche teatro. Il mio sogno era un musical. Convinta che il mio asso nella manica fosse la danza, mi sono dovuta ricredere attraverso il sostegno di alcuni insegnanti di recitazione, che hanno creduto in me e che mi hanno convinto a continuare, anche dopo la diagnosi.

 C’è una frase che Antonella dice sempre a se stessa: “Per saper recitare non bisogna saper correre”. Eppure la Ferrari corre, eccome. Rientrata nella storia di Centovetrine, protagonista del film Piovono mucche del regista Vendruscolo, le succede più spesso di rifiutare copioni che di essere rifiutata. Dicono di lei: è un ciclone. Di sicuro la sua presenza da star della TV aiuta tante ragazze italiane a non arrendersi.

Se non avessi avuto l’opportunità di fare l’attrice, quale altro mestiere avresti scelto?

Ho sempre avuto questa idea: voler ballare e recitare. Studiavo anche psicologia, per il piacere della materia in se’, ma non pensavo ad una carriera in questo senso. Il mio obiettivo fondamentale era quello di fare questo lavoro, o qualcosa in questo campo. Al mio lavoro di attrice alterno quello di autrice televisiva, lavorando dietro le quinte, confezionando un prodotto creativo. Io non ce la faccio a stare seduta dietro una scrivania, con tutto il rispetto e la stima che provo verso quelli che lavorano in questa maniera, devo fare cose che io sia in grado di gestire, devo sentirmi stimolata e devo creare.

Come sei arrivata a recitare a Centovetrine?

Sono arrivata a Centovetrine, perché avevo fatto un cortometraggio, dove interpretavo il ruolo della protagonista di questa storia: una ragazza sulla sedia a rotelle. Il corto è andato piuttosto bene, arrivando finalista al festival di Bruxelles. L’ho usato come demo da mandare ai produttori, senza far sapere che ero ammalata di sclerosi. La cassetta è arrivata al produttore di Centovetrine, a cui sono piaciuta, tanto da chiamarmi per un provino. Quando mi ha visto con le stampelle mi ha detto: «Si è fatta male?» io gli ho risposto: «No, ho la sclerosi». Non si è scomposto più di tanto, mi ha fatto il provino. E’ stato creato un personaggio “su misura” per me, per un’altra fiction ma, alla fine, la mia disabilità ha impaurito i piani alti. Cosi Daniele Carnacina mi ha proposto il ruolo di Lorenza Giraldi, che non era prevista disabile ma che lo è diventata interpretata da me. Recito la parte della disabile, e pochi, nonostante le campagne sui giornali, sanno che lo sono veramente. Solo in una delle prime puntate in cui è apparsa Lorenza Giraldi, si parla della sua malattia. Poi non se ne è più parlato. Io sono una persona che recita la parte di un disabile, ma nella realtà lo sono per davvero. Quello che dà fastidio ai disabili è che si faccia recitare, in parti di disabili, attori non disabili. Ci si accorge subito che non è la stessa cosa. Se uno sta fingendo, per bravo che sia, non è poi così credibile.

Come mai il tuo personaggio, quello di Lorenza Giraldi è momentaneamente assente dalle puntate?

Nella trama di Centovetrine, quando è stato sospeso il personaggio di Lorenza Giraldi, non era così fondamentale. Infatti veniva a mancare il suo tramite con la storia: l’allieva Francesca Bettini, che decideva di smettere di studiare recitazione. Comunque Lorenza Giraldi ha continuato a restare in contatto telefonico con la fiction, in modo che il personaggio rimanesse vivo, cosa che mi ha fatto molto piacere. Ora in concomitanza con il fatto che Francesca è rimasta incinta, Lorenza è tornata per starle vicino fisicamente. L’allontanamento dalle scene del mio personaggio ha coinciso anche con un aggravarsi delle mie condizioni di salute. Quando ho comunicato che stavo meglio, gli autori hanno ricominciato, anche perché molti fans reclamavano il mio ritorno. Così a luglio ho saputo che sarei tornata in onda, a dicembre ho partecipato a qualche puntata, per poi tornare definitivamente da marzo con una presenza, direi, costante.

Hai qualche altro impegno artistico?

Oltre a Centovetrine, ho partecipato ad una puntata di Carabinieri, la cui uscita è prevista per maggio, in progetto c’è anche un’altra fiction, ancora top secret. Mi sono cimentata anche nella scrittura televisiva: insieme a Roberto Avvignano e Dario Bandini, sono stata uno degli autori del programma di Tommaso La Branca, Anni Novanta, in onda su Retequattro lo scorso inverno. Durante uno stage teatrale pochi mesi fa, ho incontrato un giovane autore, Giuseppe Naretto, che poi ha scritto una commedia, proprio su di me, chiedendomi di interpretarla. La protagonista è una disabile, che vive una storia d’amore con un uomo cosiddetto “normale”. Il debutto è previsto per la prossima stagione.

Quale è il tuo rapporto con le produzioni ed i produttori, in generale?

Vengo raramente a contatto con i produttori, per questo ho un agente che mi propone alle varie produzioni, ma, spesso e volentieri, la risposta è no. Dicono che hanno già tanti problemi, per cui, il problema della mia assicurazione è solo un problema in più. Ogni film ed ogni produzione fornisce un’assicurazione sulla persona fisica e, nel momento in cui lavora una persona disabile o piuttosto anziana, ci sono più probabilità che abbia problemi rispetto ad altre. Luca Vendruscolo, il regista di “Piovono mucche”, un film interpretato interamente da persone ben più gravi di me, mi ha spiegato che questi problemi non li ha avuti. Ho avuto ultimamente dei rapporti lavorativi con persone splendide che si sono dimostrate molto attente alle mie esigenze ed alla mia storia. In genere mi presento di persona, perché un conto è sentir parlare di un disabile, un conto è vederlo. Quando mi incontri, infatti, scopri che il problema è sostanzialmente il tuo pregiudizio.

Mi parli dei tuoi colleghi a Centovetrine…?

Nell’ambiente di Centovetrine sono riuscita a trovare anche dei veri amici. Elisabetta Coraini, l’attrice che nel film recita la parte di Laura, la madre della mia allieva, è una persona che, quando sono in ospedale e mi sto sottoponendo a terapie, è lì vicino a me. E con lei, Daniela Fazzolari, Massimo Bulla o Sabrina Marinucci, la stessa Melania Maccaferri solo per citarne alcuni, tutte persone che veramente mi vogliono bene. Sono bene integrata. Poi c’è chi è molto gentile con me, solo perché sono malata, c’è chi comunque è gentile con tutti, o chi, purtroppo, mi evita un po’, non particolarmente a Centovetrine, piuttosto nell’ambiente dello spettacolo. Spesso mi è capitato di sentirmi non umiliata, ma compatita. Ci sono persone che ti lasciano un po’ perplessa, per le quali un’attrice con le stampelle non fa la stessa figura di una attrice scosciata.

Per gli attori disabili, ci sono molte più opportunità all’estero?

All’estero è tutto molto diverso, sono sicuramente più aperti. Emblematico il caso di quell’attore, affetto da sindrome di Down, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes: Pascal Duquenne. Mi sembra che in Olanda ci sia addirittura una sit - com con protagonista un disabile. In America, mi viene in mente “Figli di un Dio minore”, interpretato, nel ruolo della protagonista, da una ragazza sordomuta. L’attore disabile all’estero non è discriminato come in Italia, l’esempio di quanto siano avanti in questo senso è nella sceneggiatura di ER, dove c’è una dottoressa che cammina con una stampella, ma non è mai sottolineato, questo fatto. Quanto vorrei che succedesse in Italia!

Come vedi il tuo futuro?

Nonostante tutto, se guardo avanti, sono fiduciosa che qualcosa stia per accadere. Sono convinta di essere sulla strada giusta, non penso che abbandonerò questo lavoro, ma, al contrario, che proseguirò. Vedo davanti a me soltanto la carriera di attrice o di autrice nel mondo dello spettacolo. E poi vorrei sposarmi, vorrei avere un uomo con cui condividere tutti miei progetti, un uomo degno di chiamarsi uomo.

Cosa ripeti a te stessa, nei momenti di scoraggiamento?

Una frase che dico sempre alla noia è “Per saper recitare, non bisogna saper correre”. Quello che mi rincuora è ripetermi che il domani è sempre migliore dell’oggi. Ma non riesco ad essere così ottimista nell’amore.

Cosa ti senti di dire o di consigliare a chi soffre della tua stessa malattia?

Mi sento di dire di non fermarsi alle prime visite, e di mettersi nelle mani di un medico che non sia soltanto competente, ma anche umano e che si preoccupi anche dello stato mentale del malato. Consiglio anche di non demordere e portare avanti i propri sogni, comunque.

La malattia non ti deve impedire di sognare, mai.

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