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di Massimo Balletti
Equivoci dell’estetica. Certi presunti belli sono in realtà talmente brutti, che al confronto un bimbo dalle forme diverse sembra Brad Pitt.

E più li guardi, più sgradevoli li vedi, e li senti, dentro e fuori. Perché la bruttezza interiore non si può nascondere, si manifesta anzi, ad ogni sguardo, ad ogni gesto, ad ogni parola.
Provate invece a stare un po’ con uno di quei bimbetti segnati dalle amare bizzarrie della natura. Stateci insieme, stategli vicino, e guardatelo negli occhi. Lui è bellissimo dentro e fuori, perché la bellezza interiore è il disegno dell’anima. Sono tutti bellissimi quei bambini.
Devono aver pensato proprio questo, Vincent Mazzone e Tommaso Pietropaolo, brillanti professionisti che cercano l’essenza della vita oltre ai successi delle carriere, uno medico, l’altro avvocato, coinvolti nell’organizzazione rotariana, e travolti dalla commozione umana, mentre insieme con cinquanta famiglie specializzate in dolore, speranza, e bisogno di solidarietà, percorrevano i Sentieri del bimbo Apert, che da tutta Italia conducevano al monastero di Valledacqua, nei dintorni di Ascoli Piceno, meraviglia dell’Italia più segreta, destinato fin dall’anno Mille ad accogliere chi vuol vederci chiaro in se stesso e nei misteri del mondo.
Ma stavolta non erano soltanto la millenaria sacralità del luogo, né la candida accoglienza della comunità monastica camaldolese che lo ha ereditato dai rigori della tradizione benedettina, ad indurre a nuove meditazioni sul senso del vivere. C’erano soprattutto loro, i bambini, malati, sì, colpiti da una sindrome grave, ma non per questo meno vogliosi di vita, quando la vita anche se non sconfigge la malattia, non viene chiusa a chiave dalla doppia mandata dell’indifferenza e della stupidità.
Tanti bambini, vispi o quieti, vocianti o taciturni, ma sempre pronti al gioco, a far sorridere la terra e le vecchie mura, a sfuggire dalle mamme per raggiungere i nuovi compagni, il bimbo sardo che cerca il bergamasco, il piemontese affascinato dalle fantasie napoletane. E le madri, e i papà, liberi da ansie, timidezze e paure, che finalmente si sentivano nel mondo, e non più segregati nei recinti delle diversità.
Su tutto e più di tutto dominava il senso di libertà ritrovata, la percezione della serenità possibile, dello scambio e del dialogo, dello sguardo diretto, della carezza naturale, dell’abbraccio non formale, della piet à condivisa, della normalità sognata. E tra quelle mamme e quei papà il significato della vita non si prestava mai a sciocche comparazioni, ma si misurava con i valori forti, quelli che troppo spesso sembrano smarriti.
E neanche l’eccellenza dei relatori del Convegno sulla Sindrome di Apert, grandi medici e insigni docenti delle migliori università, appariva distante, come spesso è, dalla pari eccellenza di quella umanità dolente, ma non compressa, né soggiogata da alcuna sudditanza psicologica. Verso la scienza, verso nessuno. Tale era la forza del dolore in quelle famiglie che ben conoscevano il Sentiero dell’Apert, che nessun medico dava la sensazione di pensare a quei bambini come a “cattivi malati”, che impediscono di immaginare che la medicina sia straordinaria.
Eppure i temi trattati al Monastero di Valledacqua erano assai complessi, e arduo se non aspro ne era il linguaggio. Si è parlato di una malattia rara che sconvolge i lineamenti del volto, la forma e le dimensioni della testa, e spesso unisce le dita delle mani e dei piedi, un male raro che genera grandi dolori e immensa solitudine.
Si è parlato di genetica, della trasmissione della sindrome, di rischi ereditari, dei nuovi obbiettivi della neurochirurgia, della chirurgia specialistica delle mani, dei piedi e del viso. Si è parlato delle difficili problematiche psicologiche, associative, assistenziali, delle nuove risorse del diritto. Ma si è parlato sempre con i toni colloquiali, propri della personalità di chi è intervenuto.
A dimostrazione che un grande medico si vede nella sua naturale disponibilità a riconoscere nel suo paziente, un grande paziente. Questa è la chiave di un rapporto che và preservato dalle quotidiane omissioni di umanità.
A Valledacqua, forse con la complicità di una natura pura e rasserenante, e la suggestione di mille anni di storia, ciascuno ha fatto la sua parte, medici e pazienti, con grande dignità e rispetto reciproco. Un convegno scientifico, ma anche una bella occasione per stare insieme, per confrontarsi, per guardarsi negli occhi, per scambiarsi esperienze, per trasmettersi emozioni.
C’ero anch’io al Monastero, fra il pubblico, con mio figlio che verso la fine dei lavori ha avuto un malessere, un lungo momento di assenza, una crisi. Ma non ho avuto paura per lui, perché lì fra quella gente, quelle persone e quei bambini che quando sorridono hanno il sorriso di Dio, non poteva accadergli nulla.