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Testimonianze

Io e il Consiglio d’Europa

di Tommaso Daniele

Con quest’articolo comincia la sua collaborazione a Vincere il Presidente della Federazione tra le Associazioni Nazionali dei Disabili

Tommaso Daniele

Prima del 1999 conoscevo appena l’esistenza del Consiglio d’Europa. Ne avevo sentito parlare ma non v’era mai stata occasione di approfondire. Il primo incontro significativo è avvenuto proprio quell’anno, a Praga, durante i lavori della Sesta Assemblea dell’Unione Europea Ciechi, la EBU (European Blind Union). Il momento decisivo fu quando un alto Funzionario del Consiglio fece una brillante presentazione del mondo che egli rappresentava. Parlò delle ragioni, delle origini, della struttura, delle finalità, degli strumenti giuridici e politici, e soprattutto delle implicazioni che le attività del Consiglio d’Europa possono avere sulla vita quotidiana dei disabili.

Fu così che accettai senza esitazione l’incarico di rappresentare l’Unione Europea Ciechi (EBU) presso il Consiglio d ’Europa e fui eletto secondo VicePresidente.

E venne da Strasburgo l’invito a partecipare all’Assemblea Plenaria delle ONG (Organizza- zioni Non Governative). Seppi così che con il Consiglio d’Europa collaboravano ben 400 ONG a statuto consultivo, suddivise in 10 gruppi tematici, e che avevano costituito un Comitato di 24 rappresentanti eletti dalla base per il collegamento col Consiglio stesso.

Ai lavori assembleari portai la voce dell’EBU, esprimendo la sollecitazione a recuperare il terreno perduto in materia di tutela della disabilità.

E così ho continuato ad operare in tutto il periodo 2000-2003, partecipando più volte ai gruppo di lavoro sui diritti umani e sui diritti sociali, puntualmente riferendo al Direttivo dell ’EBU.

E’ stata un’esperienza interessante e, per qualche verso, affascinante. Ho stabilito rapporti con realtà nuove, molteplici, i miei orizzonti culturali si sono notevolmente allargati, e soprattutto ho potuto sentire nel profondo quanto sia grande la sofferenza umana a causa dei diritti negati, quanto sia vario il dolore del mondo.

E siamo ai primi di gennaio 2004. E’ arrivato il tempo della Settima Assemblea Generale dell’EBU. Il nuovo Presidente, Colin Low, mi esorta a continuare nel mio ruolo di rappresentante dell’EBU presso il Consiglio d’Europa. Un po’ per incoscienza e un po’ per obbedienza, accetto, nonostante il dilatarsi dei miei impegni di lavoro: nel frattempo avevo infatti assunto la Presidenza della Federazione tra le Associazioni Nazionali dei Disabili.

Il giorno 27 gennaio è convocata l’Assemblea Plenaria delle ONG: all’odg, fra i numerosi punti, è previsto il rinnovo dei un terzo dei componenti del Comitato di Collegamento. Colin Low, sentito l’ufficio di Presidenza, mi comunica la decisione che l’EBU debba candidarsi, anzi è lui stesso che inoltra la candidatura.

Al momento della votazione, i 22 prescelti alla sostituzione degli 8 membri decaduti, sono chiamati a lanciare un brevissimo appello (due minuti) per spiegare le ragioni della candidatura.

Per quanto mi riguarda, mi dico, è un atto puramente formale: non sono abbastanza conosciuto per…correre il rischio di venir eletto.

Data la brevità del tempo concesso, riesco perfino a fare il mio intervento in lingua inglese: dico della volontà dell’EBU di accrescere il proprio livello di partecipazione all’interno delle attività del Consiglio d’Europa e, soprattutto, di portare la testimonianza di una persona disabile nel cuore di un’organizzazione che aveva molto da farsi perdonare in materia di tutela delle persone con disabilità.

Arriva il momento dello scrutinio. In rapida successione si susseguono i nomi delle prime sette organizzazioni elette. Una pausa. Sembriamo “salvi”. E invece no: ben 52 ONG avevano votato per l’EBU. Il dado è tratto. Facciamo parte del Comitato di Collegamento. Sicuramente, tanto lavoro in più. Ma come si fa a non essere contenti? L’EBU ha visto riconosciuto il suo ruolo. Si afferma il suo prestigio e la sua credibilità. Non siamo più uno dei 400, ma uno dei 24. Un salto di qualità notevole, e un altrettanto notevole salto di responsabilità che cercheremo di onorare al meglio, forti della forza delle ragioni che rappresentiamo: la piena cittadinanza, la vita indipendente, la partecipazione attiva delle persone con disabilità al contesto sociale.

Un momento di grande vitalità: le ONG hanno vinto una grande battaglia all’interno del Consiglio d’Europa. Il loro statuto, da consultivo che era, è oggi pienamente partecipativo. Con pieno diritto di intervenire nei processi decisionali e nell’elaborazione delle politiche globali.

Questo significa che, ai tre tradizionali pilastri su cui si fondava il Consiglio d’Europa – il Comitato dei Ministri, l’Assemblea Parlamentare e il Congresso dei poteri locali – se ne aggiunge un quarfto: quello delle ONG.

Oggi la società civile, con la molteplicità dei suoi bisogni e delle sue istante, è più presente di prima nel palazzo del Consiglio d’Europa.

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