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di Massimo Balletti
Molto rispettabile è il senso di vergogna, certo è meglio di niente. Vergognarsi non è come redimersi, ma è un piccolo passo verso la pulizia dell’anima.
Nella
foto Massimo Balletti
Provare vergogna di se stessi, di proprie azioni od omissioni (lasciamo perdere i pensieri, che di solito ci portano dritti all’inferno), è un buon segno di autocoscienza o un segnale di avvertimento. Un po’ come il dolore, che ti fa male, ma ti avverte che qualcosa dentro di te non funziona.
Ed è un sentimento assai raro, la vergogna, e non risulta nelle “gazzette ufficiali”.
Il mondo infatti è strapieno di “svergognati”, di persone cioè che eludono con cronica e storica destrezza ogni avvisaglia di senso di colpa. Del quale, sia chiaro, non facciamo l’elogio, ma ogni tanto sentiamo nostalgia: che altro non è che desiderio di maggior chiarezza intorno agli antichi misteri del bene e del male.
Oggi, come sempre, e forse un po’ di più, c’è gran confusione in materia: chi fa del bene è spesso visto male, e chi fa del male riesce a sottrarsi ai confronti morali. Chi non fa niente rientra nella privilegiata categoria degli intoccabili ed è giudicato con benevolenza, specie chi è solito farsi i fatti suoi: che fior di galantuomo! Mai un gesto scoordinato, mai una parola fuori posto, mai un sospetto, una calunnia. Finché non si va a scoprire che nei momenti liberi dagli “impegni mondani”, quel tipo ruba ai poveretti e fa lo sgambetto ai ciechi, cose che abitualmente passano inosservate, soprattutto la seconda.
Ma se non viene fuori niente di tutto questo, quell’uomo resterà un fior di galantuomo, gentile e impeccabile, padre esemplare e marito modello. Unico eccesso conosciuto, il tifo smodato per la squadra del cuore fino alla voglia conclamata della morte fisica di ogni avversario. Ma questo, si sa, è nel lecito.
Personalmente provo una certa diffidenza per gli “immacolati”, ed una malsana tentazione per i “chiacchierati”. E sono sempre meno convinto della stretta parentela fra la “vox populi” e l’ispirazione divina. Troppi guai in nome del cosiddetto buon senso che spesso è un rassegnarsi alla peggiore conservazione, troppi bavagli sulle bocche di chi vuol dire qualcosa di nuovo, anzi d’antico, almeno intorno all’uomo ed alla sua ragion d’essere. Troppi misfatti in nome delle ideologie che dalle idee traggono linfa, per poi comprimerle ed esaurirle. Nessuna ideologia è mai nata dalla passione, ma dall ’uso strumentale della medesima.
La storia è sempre la stessa. E quella di Gesù lo testimonia: lo inchiodarono alla Croce perché così forte parlava, soffriva e gioiva da uomo vero, che ai sommi interpreti della cultura del potere fu chiaro che fosse il figlio di Dio. Il Dio dell’amore e della giustizia. E Gesù fu condannato.
Preferisco le persone segnate dal pre-giudizio, non in senso penale, beninteso, ma in senso morale. Quelle cioè che sono giudicate prima, e per il solo fatto di essere al mondo, sulla base di quegli indizi di “colpevolezza esistenziale” che le fa apparire fuori della norma, bizzarri attori del mondo, un po’ clown un po’ esibizionisti, di certo mentalmente “perversi”, sicuramente pericolosi a sé e agli altri. Gente con cui, semmai, distrarsi un po’, ma da cui prendere tempestivamente le distanze.
Questa premessa sul concetto di vergogna e sulla preferenza istintivamente accordata a chi non si fa i fatti suoi, ma piuttosto a chi entra nella vita degli altri con la luce della ragione, la ricchezza della cultura, l’impeto dei sentimenti, o soltanto – scusate se è poco - la potenza della pietà, è una delle premesse di Vincere, giornale sicuramente irrispettoso della ormai santificata “privacy”, quand’essa si rivela l’inferno della chiusura mentale e sociale.
Qual è il privato della mamma di un bimbo autistico, qual è l’intoccabile “privacy” di una famiglia con un ragazzo psicotico da proteggere dal mondo e da se stesso? Queste mamme e tante altre madri e padri e fratelli di tutta Italia e di tutto il mondo sono disposti a farla a pezzi la loro “privacy”, se alla porta della loro casa-prigione qualcuno bussa, non per curiosare, ma perché vuole sapere, vuole partecipare, vuole essere utile e amorevole, vuole “condividere”.
E di solito chi bussa a quelle porte è socialmente un diverso, un prete vero (e chi è più diverso di un prete vero?), un giovane che conosce l’asprezza delle scelte sbagliate ma non rinuncia alle sue passioni, un vecchio che vuole vivere la vita mai vissuta, un ricco che cerca la ricchezza dell’anima, un povero che ha dentro di sé scienza e conoscenza del bisogno.
Gli altri, quelli firmati dal successo di belle e incontrastate carriere, di candidi percorsi professionali e familiari, di mielose gratificazioni intellettuali che spesso ibernano l’anima e il corpo, non bussano a quelle porte, dove qualcuno o qualcosa potrebbe scalfirli nella loro “preziosa integrità”.
Ecco perché quando succede il contrario – e succede – che cioè una sorte imprevista entra nelle loro vite senza bussare a nessuna porta, ma con la prepotenza del destino, crollano miseramente orgoglio e certezze e lo stupore si trasforma in progressiva incurabile “insopportabilità”, e perfino il dolore si trasfigura nella paura della vergogna.
Ciascuno di noi ha mille motivi per vergognarsi almeno un po’, di qualcosa che ha fatto e soprattutto omesso di fare. Ma che nessuno baratti il nobile sentimento del dolore con l’ansia del giudizio e del pregiudizio degli altri.
È dolorosa la scoperta della diversità in un figlio appena nato, è come una lama che ti trafigge la carne viva – chi l’ha provato lo sa - è come un macigno che ti schiaccia il corpo e ti toglie il respiro, e ti senti d’un colpo sbalzare in un pianeta di ghiaccio, o sprofondare ell’abisso del nulla.
Ma è l’avvio disperato di una grande storia d’amore.
Un papà dei nostri giorni si è sentito sconfitto dalla realtà di un figlio down, ha detto di provarne vergogna, ha accusato la moglie del “misfatto”, per omesse analisi pre-parto, e ha chiesto la separazione. Avvocati e specialisti di supporti psicologici, devono convincere questo padre disperato a vergognarsi un po’meno, e semmai a ricercare altrove i motivi della sua vergogna.
Di certo non nel figlio down, che forse potrebbe, a buon diritto e senza alcuna colpa, vergognarsi lui di suo padre.
È troppo chiedere di essere uomini?